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L’Italia Prima e Dopo Parigi

CLIMA ED ENERGIA

Di Monica Tommasi

Si apre a Parigi, il 30 novembre, la 21a Conferenza delle parti,COP 21, una scadenza presentata come ultimo appello per il destino del pianeta di fronte alle minacce di catastrofici mutamenti climatici innescati dalle emissioni di CO2 originate dalle attività umane negli ultimi due secoli. Cosa cambierà con questa scadenza per le politiche dell’energia e dell’ambiente in Italia?

Allarmismo e catastrofismo sono stati scelti dall’ambientalismo ideologico come strumento per fare pressione sui governi della comunità internazionale per ottenere un trattato con impegni vincolanti. Come Amici della Terra pensiamo che l’attuale uso delle risorse energetiche e le emissioni connesse rappresentano certamente una grave compromissione degli equilibri del nostro ecosistema ma, con la paura, non si favorisce la comprensione delle conoscenze scientifiche sulle dinamiche del clima sulla terra e, soprattutto, non si creano le condizioni per le politiche più adeguate, in termini di efficacia ed efficienza, a prevenire le emissioni di gas serra nelle attività umane.

L’Italia e l’Unione Europea vanno a Parigi con la prospettiva illusoria di ottenere un nuovo protocollo con accordi vincolanti e l’adesione della comunità internazionale ad uno schema come l’ETS. Tale prospettiva non è realistica ma, in ogni caso, dopo Parigi, l’Italia si troverà di fronte alla road map già autonomamente tracciata dalla UE per arrivare alla definizione di un nuovo ciclo 2020-2030 di politiche energetico-climatiche europee, i cui obiettivi 2030 (40% di riduzione delle emissioni di gas serra  27% di rinnovabili e riduzione del 27% dei consumi di energia) sono già stati fissati nel marzo 2015. E’ tutto già scritto nella Comunicazione della Commissione UE “State of Energy Union 2015” del 18 novembre scorso.

Come si presenta l’Italia a Parigi rispetto agli obiettivi 2020? Una autorevole conferma dell’ottima performance nazionale si trova nella stessa Comunicazione del 18 novembre scorso. In essa, la Commissione, allegando una ricca documentazione, certifica che, già nel 2013, l’Italia ha raggiunto i tre obiettivi del cosiddetto “20-20-20”, fissati dal “pacchetto energia e clima UE”. Nel 2013, i consumi di energia primaria si sono già ridotti al di sotto del livello considerato dalla UE come obiettivo indicativo al 2020 per le politiche di miglioramento dell’efficienza energetica. La penetrazione delle fonti rinnovabili nei consumi di energia è al 16,7% raggiungendo con sette anni di anticipo il target obbligatorio assegnato all’Italia dalla UE (17% al 2020). La riduzione dei gas serra è, nel 2013, già oltre gli obiettivi per le emissioni non ETS. Anche in termini complessivi, sulla base dei più recenti dati ISPRA, già nel 2014 è stata raggiunta una riduzione delle emissioni del 20% rispetto al livello del 1990.

L’Italia ed il suo Governo, però, non sembrano consapevoli di questa performance da primi della classe, e continuano a partecipare al processo di formazione delle politiche energetico-climatiche in modo subalterno, forse condizionati dall’atteggiamento auto denigratorio e auto punitivo dei movimenti ambientalisti italiani che fanno della lotta ai cambiamenti climatici il proprio impegno principale. Un tale atteggiamento non consente di valorizzare i punti di forza del sistema-paese in questo ambito, a partire da quelli dell’efficienza energetica, in modo da creare una sinergia virtuosa con le politiche economiche per superare la fase di crisi che stiamo vivendo. Sintomo di questa subalternità è stata, nei mesi scorsi, l’incapacità di mettere in discussione il totem del sistema ETS che penalizza l’Europa e l’Italia nonostante i livelli di eccellenza e di ecoefficienza già raggiunti dai paesi dell’UE nella decarbonizzazione dei processi produttivi. Si è persa l’occasione per proporre il passaggio dal sistema ETS a uno schema di intensity carbon tax sui prodotti europei che porterebbe ad una valorizzazione del processo di decarbonizzazione e a uno stimolo in questa direzione anche fuori dai confini della UE.

La comunicazione “Energy State Union 2015” costituisce la road map per la definizione del nuovo pacchetto energia e clima UE 2030. Essa sviluppa una nuova impostazione che considera come vincolanti i tre obiettivi 2030 già fissati a livello UE e quelli nazionali per la riduzione dei gas serra ma lascia ad ogni stato membro la scelta del ruolo da attribuire all’efficienza energetica e alle rinnovabili senza prevedere, a livello delle norme UE, la fissazione di obiettivi nazionali vincolanti al 2030.

La Commissione ha contestualmente avviato il processo di revisione e aggiornamento delle norme in materia di efficienza energetica e fonti rinnovabili. Il 4 novembre scorso è iniziata la consultazione per la revisione della direttiva 2012/27/UE per l’efficienza energetica con la quale la Commissione intende presentare, entro il 2016, una proposta per adeguare l’attuale direttiva all’obiettivo UE 2030 per l’efficienza energetica. Uno dei focus della consultazione riguarda la formulazione dell’obiettivo di miglioramento dell’efficienza energetica che oggi costituisce uno dei punti deboli della direttiva. La consultazione si concluderà il 29 gennaio 2016. Il 18 novembre è invece iniziata la consultazione per una nuova direttiva per le fonti rinnovabili per le politiche post 2020 in questo settore di intervento. La consultazione, in questo caso, si concluderà il 10 febbraio 2016. La Commissione si è impegnata a presentare le proposte legislative entro la fine del 2016.

Per ottenere una coerenza tra obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra e quelli per l’efficienza e le rinnovabili, sia a livello di politiche nazionali che a livello complessivo europeo, la Commissione prevede un processo per la definizione di Piani nazionali energia e clima 2021-2030 che, da oggi al 2020, dovrebbe consentire la definizione di un quadro certo per il conseguimento degli obiettivi UE 2030. L’obiettivo della Commissione è quello di superare l’impostazione dell’attuale pacchetto 2020 che impone obiettivi e piani separati con approcci incoerenti per i tre settori (riduzione delle emissioni di gas climalteranti, miglioramento dell’efficienza energetica e diffusione delle rinnovabili).

Il primo passo operativo compiuto dalla Commissione è costituito dalle linee guida per i piani nazionali energia e clima, rese disponibili con la Comunicazione. Ad inizio 2016 è prevista l’emanazione di un modello di piano nazionale per l’energia e il clima che specificherà ulteriormente la struttura e i contenuti delle linee guida per i piani nazionali.

I passi successivi prevedono:

  • entro la fine del 2016, l’avvio da parte degli stati membri di processi di consultazione sui piani nazionali energia e clima;
  • entro la fine del 2017, l’adozione di una prima stesura dei piani nazionali energia e clima da sottoporre all’esame della Commissione;
  • nel 2018, l’approvazione definitiva da parte degli stati membri dei piani nazionali energia e clima che dovranno tenere conto delle raccomandazioni della Commissione basate sull’esame della prima stesura;
  • entro la fine del 2018, la Commissione effettuerà un valutazione sull’insieme dei 28 piani nazionali energia e clima approvati che verrà sottoposta al Consiglio e al Parlamento Europeo.

Tutto il processo stabilisce una nuova governance UE di cooperazione per le politiche energetico climatiche che prevede una interazione più forte tra gli Stati membri e la Commissione. Il processo sarà basato anche sul rafforzamento e sulla omogeneizzazione del processo di monitoraggio dell’efficacia e dell’efficienza delle politiche energetico-climatiche dei singoli paesi che oggi avviene in modo diversificato e disallineato nelle scadenze temporali per i tre obiettivi di riduzione delle emissioni, diffusione delle rinnovabili e miglioramento dell’efficienza energetica.

Uno degli elementi qualificanti che sosterranno questo sforzo è la definizione, condivisa tra Commissione e paesi membri, entro il 2016, di scenari di riferimento (in assenza di nuove politiche) con proiezioni da qui al 2030, per l’andamento degli indicatori scelti per la formulazione degli obiettivi nazionali. Tali scenari di riferimento dovranno essere adottati dai nuovi piani nazionali energia e clima come base per valutare la significatività degli obiettivi nazionali 2030 che saranno adottati, in particolare, per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, e la congruenza di questi con le misure previste di incentivazione e regolazione. Il modo in cui il Governo italiano seguirà il processo di definizione degli scenari di riferimento che dovranno essere adottati dal piano nazionale energia e clima è un primo banco di prova della capacità di svolgere un ruolo attivo nelle definizione del nuovo ciclo di politiche energetico-climatiche della UE.

E’ chiaro che il 2016 sarà un anno cruciale per la definizione delle nuove politiche energetico climatiche e che il modo in cui sarà affrontato offre la possibilità all’Italia di ridisegnare in modo autonomo politiche che sappiano privilegiare le scelte migliori in termini di efficacia e d’integrazione e sinergia con le politiche economiche ed industriali per rilanciare l’economia e valorizzare le eccellenze tecnologiche del nostro paese.

Questa opportunità è certamente offerta da un approccio più flessibile che non prevede più obiettivi obbligatori fissati dalla UE per le fonti rinnovabili e dalla possibilità di privilegiare lo sforzo su obiettivi qualificati di miglioramento dell’efficienza energetica. Ma, nell’ambito del processo di formulazione delle politiche previsto dalla Commissione e, alla luce dei risultati effettivi della COP 21 di Parigi, si può aprire la possibilità di ridiscutere la strategia UE per la riduzione dei gas serra, basata oggi prioritariamente sul tentativo di rilanciare il meccanismo ETS.

Prospettive per un iniziativa italiana dopo Parigi. A fronte dei risultati della COP 21 di Parigi, molto probabilmente si creeranno le condizioni per mettere in discussione le attuali politiche di aggiustamento al sistema EU-ETS contro il Carbon Leakage, come le misure per il Market Stability Reserve (MSR), e la proposta  di revisione della direttiva 2003/87/CE e s.m.i. per sostenere artificiosamente il prezzo delle emissioni di CO2 nel sistema del mercato unico europeo,  che dovrebbero risultare con maggiore evidenza nella loro contraddittorietà ed inefficacia.

In questo contesto, l’Europa avrebbe la possibilità di proporre una nuova strategia di intervento per la decarbonizzazione a livello globale partendo dal livello di eccellenza energetico-ambientale raggiunto in molti settori dell’industria europea e valorizzandolo in modo non autoreferenziale rispetto agli altri attori del mercato globale. Ciò potrebbe innescare un processo virtuoso a livello mondiale verso gli obiettivi delle politiche di riduzione delle emissioni climalteranti.

La proposta, sostenuta dagli Amici della Terra LINK LETTERA A RENZI, già avanzata in altre sedi e adottata dalla risoluzione delle Commissioni Ambiente e Attività produttive del Senato, è quella di introdurre una imposta  sull’intensità carbonica dei prodotti (o carbon intensity tax) che agisca come manovra di fiscalità ambientale tramite la modulazione delle aliquote IVA. Lo strumento della fiscalità ambientale non ha l’obiettivo di aumentare il gettito fiscale ma si prefigge di incentivare le produzioni più pulite e di disincentivare quelle meno pulite, a prescindere dal luogo di produzione dei beni distribuiti in commercio sul mercato europeo. Il disegno della manovra di fiscalità ambientale prevede di mantenere invariata al pressione fiscale complessiva anche tramite la modulazione dello strumento in funzione della sua efficacia rispetto al conseguimento dell’obiettivo di politica ambientale.

In ogni caso, il processo attivato dalla commissione UE consentirà nel 2016 di reimpostare le politiche energetico climatiche dell’Italia, a partire dal processo di consultazione che il governo dovrà aprire sul piano energia clima per gli obiettivi 2030.

Il piano nazionale energia e clima dovrà essere coniugato con uno scenario di crescita economica che consenta di uscire dalla crisi e di evitare l’impoverimento del tessuto produttivo. Da qui al 2030, uno scenario di crescita e di miglioramento economico a livello di famiglie e imprese è addirittura una condizione indispensabile per consentire gli importanti investimenti necessari nel miglioramento diffuso dell’efficienza energetica, sia nei processi di consumo che di produzione. L’efficienza energetica è il driver fondamentale per conseguire una decarbonizzazione virtuosa in cui la riduzione dei consumi di energia sia espressione di aumento di competitività e ricchezza e non di crisi e impoverimento.

 In questa prospettiva, l’obiettivo 2030 di riduzione del 40% delle emissioni interne di gas serra deve essere collegato ad un obiettivo 2030 di miglioramento globale dell’efficienza energetica del 20% rispetto al 2010, equivalente ad tasso annuo medio di riduzione dell’intensità energetica del 1,5%. Una più rapida crescita dell’efficienza energetica rispetto alla crescita economica produrrà una significativa riduzione dell’intensità energetica e del livello dei consumi di energia primaria (-20% circa, con un passaggio dai 165 Mtep del 2010 a circa 130 nel 2030).

In questo scenario può essere formulato, un obiettivo 2030 per l’Italia di penetrazione delle fonti rinnovabili pari al 30%, livello che, insieme a quello dell’efficienza energetica, può consentire di raggiungere il target di riduzione dei gas serra. E’ necessario però individuare le condizioni alle quali attenersi per conseguire qualsiasi ulteriore obiettivo per le rinnovabili: occorre evitare di ripetere l’errore di sovra incentivare le rinnovabili elettriche, errore che, in Italia, pagheremo ancora a lungo, sia a livello economico che di impatto territoriale.

Innanzi tutto, occorre concentrare il massimo sforzo per sostenere un obiettivo FER termiche del 35% (14,5% nel 2013). A questo fine potranno esserci significative sinergie delle politiche di promozione (incentivi e regolazione) con il processo di riqualificazione energetica degli edifici residenziali e del terziario. Per i trasporti è ipotizzabile un obiettivo FER al 20% (6% nel 2013).  Un livello di FER elettriche al 40% (33% nel 2013) dovrebbe essere spontaneamente raggiunto, con un tasso di crescita dello 0,5% annuo, cessando definitivamente le incentivazioni ai grandi impianti per la produzione commerciale. Riteniamo che questo risultato possa essere raggiunto facendo dispiegare il potenziale di sviluppo delle tecnologie che hanno raggiunto la gridparity o la piena competitività in virtù delle incentivazioni passate. Discorso diverso per i piccoli impianti di fotovoltaico per autoconsumo di famiglie e imprese che possono avere uno sviluppo compatibile con il territorio e con il paesaggio e per gli impianti di biomassa o geotermici cogenerativi a servizio di unità produttive o reti di teleriscaldamento che possono trovare anch’essi significative sinergie con i programmi di efficientamento energetico. Lo scenario qui delineato tiene conto dell’aumento della penetrazione elettrica collegato alla diffusione degli usi efficienti del vettore elettrico fino ad oggi disincentivati dalla tariffa progressiva che dovrebbe essere superata con l’attuazione della riforma in corso.

Lo risorse destinate all’incentivazione nella politica energetico-ambientale dovranno prioritariamente essere rivolte alla promozione dell’efficienza energetica, e le scelte che il governo dovrà fare a breve per dare continuità al meccanismo dei certificati costituiscono un primo concreto banco di prova delle politiche italiane dopo Parigi.

Sulla base di questi elementi gli Amici della Terra Italia intendono dare il loro contributo per aprire nel 2016 un confronto costruttivo e aperto sul futuro delle politiche energetico-climatiche.