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E' online il programma definitivo della IX Conferenza Nazionale per l'Efficienza Energetica dal titolo "Difendere l… https://t.co/GXEzjz9Fek

Amici della Terra

Diario della Cop 21

COSE SERIE E MENO SERIE DETTE A PARIGI

di Beniamino Bonardi

Crediamo di fare cosa utile offrendo una raccolta di quelli che ci sono sembrati - scontando l’inevitabile soggettività - i fatti e gli interventi più significativi (ma anche i più ironici) in ciascuno dei tredici giorni che è durata la Conferenza sui cambiamenti climatici e in quelli immediatamente precedenti.

25 novembre - Cinque giorni prima dell’apertura della Conferenza, il Commissario europeo al clima e all’energia, Miguel Arias Canete, dice che quando si è in 196, il modo più facile di uscire è di concordare un accordo minimalista ma che la Ue lavorerà giorno e notte per arrivare a un accordo ambizioso.

I negoziatori dei vari governi decidono di accelerare i tempi e di vedersi un giorno prima dell’apertura dei lavori, perché il tempo per i negoziati sarà molto limitato.

 

29 novembre - Alla vigilia dell’apertura della Conferenza, Il Sole 24 Ore pubblica un intervento dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che paventa il rischio che a Parigi finisca come a Copenaghen nel 2009, alla Cop15, quando l’Europa rimase sola, dando il buon esempio ma senza possibilità di modificare i trend globali, commettendo anche errori che hanno portato a un costo dell’energia nell’Ue triplo rispetto agli Stati Uniti e a favorire il boom del carbone, anziché del gas, a minor impatto ambientale.

 

30-novembre – Inizia la Conferenza con circa 140 capi di Stato e di governo. Foto ricordo dove manca Putin, arrivato in ritardo.

Il premier indiano, Narendra Modi, chiarisce subito che i paesi poveri e in via di sviluppo hanno il diritto di usare il carbone e che sarebbe sbagliato scaricare su di loro il peso di ridurre le emissioni.

Il surriscaldamento del clima “crea conflitti, crea più migrazioni delle guerre”, sostiene il presidente francese, Francois Hollande.

“Siamo al limite di un suicidio”, avverte Papa Francesco sul volo di ritorno dall’Africa.

“Noi siamo la prima generazione a subire l'impatto del cambiamento climatico e l'ultima a poter fare qualcosa”, gli fa eco il presidente Usa, Barack Obama.

La Terra “potrà sopravvivere all'aumento dei mari e delle temperature, ma non l'Uomo”, rincara il principe Carlo d'Inghilterra

Niente toni apocalittici da parte del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, secondo il quale “dobbiamo uscire dalla retorica che l'Italia non fa abbastanza. Il nostro Paese ha ridotto le emissioni del 23% dal 1990, ha un piano di investimenti per quattro miliardi di dollari da qui al 2020, le nostre aziende sono in prima fila, da Eni a Enel. L'Italia ha molto da dire e da fare in questo settore”.

“L'11 dicembre il mondo si aspetta da noi quattro parole: la missione è compiuta”, sintetizza il ministro degli Esteri francese e presidente della Conferenza, Laurent Fabius.

La giornata si caratterizza per il confronto-scontro tra l’India, capofila del G77 + Cina, cioè dei 135 paesi poveri o in via di sviluppo, e gli Stati Uniti. Il giorno precedente all’apertura della Conferenza, il quotidiano indiano Business Standard aveva pubblicato il contenuto di un documento riservato degli Usa, di cui erano stati messi a conoscenza solo alcuni paesi, in cui gli americani affermano che nell’accordo finale che uscirà dalla Conferenza non si dovrà far riferimento alle responsabilità storiche dei paesi sviluppati nell’aver portato all’attuale situazione di surriscaldamento globale. Quindi, bisognerebbe guardare all’oggi ed eliminare ogni differenziazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, anche nella contribuzione al Fondo verde per aiutare i paesi svantaggiati a far fronte ai danni derivanti dai danni climatici e per favorire l’adozione di politiche energetiche pulite ed efficienti. Una posizione a cui l’India, e con essa la Cina, si oppone con decisione.

Forse non a caso, il giorno successivo, all’apertura della Conferenza, Obama corregge un po’ il tiro e afferma: “Sono venuto di persona come rappresentante della prima economia mondiale e del secondo inquinatore per dire che noi, Stati Uniti, non solo riconosciamo il nostro ruolo nell'aver creato il problema ma che ci assumiamo anche la responsabilità di fare qualcosa in proposito”.

 

1° dicembre – Le immagini apocalittiche che hanno accompagnato l’apertura della Conferenza non hanno fatto breccia. Il 30 novembre in Italia l’hashtag #Cop21 non è figurato nemmeno tra i primi 95 topic trend, così come nei Paesi Bassi. Il giorno successivo, invece, si è posizionato al 62esimo posto. Un trend negativo confermato anche dagli altri Stati della Ue, ad eccezione di Belgio (dove #Cop21 è arrivato sesto), Irlanda (nono) e Norvegia (quarto). In Francia il topic si è posizionato al 93esimo posto, in Germania 77esimo, nel Regno Unito tredicesimo. Anche su Facebook l’evento Cop21 è stato snobbato: la pagina ufficiale dell’evento ottiene soltanto 47.123 mi piace e 12.038 interazioni con altri utenti. Numeri davvero modesti per un summit di questa portata, come rileva ilsocialpolitico.it.

 

2 dicembre – A Conferenza già iniziata, il Senato approva alcune mozioni sui cambiamento climatici, in cui, tra l’altro, si impegna il governo a:

-          attivarsi, innanzitutto in sede di Unione europea, affinché si adottino opportune forme di fiscalità ambientale che rivedano le imposte sull'energia e sull'uso delle risorse ambientali nella direzione della sostenibilità, anche attraverso la revisione della disciplina delle accise sui prodotti energetici in funzione del contenuto di carbonio (carbon tax), al fine di accelerare la conversione degli attuali sistemi energetici verso modelli a emissioni basse o nulle;

-          farsi promotore dell'adozione di una fiscalità ambientale basata sull'impronta ecologica, sull'analisi del ciclo di vita dei prodotti, al fine di favorire la conversione degli attuali sistemi produttivi, industriali, verso modelli a basse emissioni;

 

Parlando al Senato, il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, affronta il “tema, già presente in tutti i negoziati precedenti, di differenziazione e di responsabilità fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. Quello che noi chiederemo, come Europa e come Italia, è una differenziazione dinamica che tenga conto, nel corso dello svolgimento e della messa in pratica del protocollo, della situazione vera dei Paesi, perché, da qui al 2100, ci saranno paesi che oggi sono in via di industrializzazione ma che fra qualche anno saranno industrializzati quanto noi. Occorre allora che il protocollo, man mano che verrà monitorato e costantemente aggiornato, tenga conto della nuova realtà che si viene a creare. Questo è un tema aperto, su cui la nostra posizione è chiara: sì alla differenziazione, ma deve essere una differenziazione dinamica”. 

Il giorno successivo, un comunicato del gruppo G77 + Cina affonda l’idea illustrata da Galletti, esprimendo forte preoccupazione «a proposito delle nuove definizioni che non hanno alcun fondamento nella Unfccc (Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici), quali “le parti in grado di farlo” e “dinamismo”, e che non tengono conto della responsabilità degli emettitori storici».

Inoltre i paesi in via di sviluppo e la Cina reclamano “un netto aumento della promessa iniziale dei paesi sviluppati di dare 100 miliardi di dollari all’anno ai paesi in via di sviluppo a partire dal 2020 per lottare contro il riscaldamento climatico”.

 

 

3 dicembre - Il risultato della giornata sono quattro pagine in meno nella nuova bozza d’accordo presentata dai negoziatori tecnici: da 54 a 50 pagine. Ma sui temi controversi non si registra alcun passo avanti.

Il Manifesto ricorda che alla Cop15 di Copenaghen, nel 2009, alle fine ci fu un blitz della presidenza, che presentò un documento negoziale di sole tre pagine, ma questo non impedì il fallimento della Conferenza.

 

4 dicembre – “Stiamo procedendo nei tempi giusti”, dichiara il presidente della Cop21, Laurent Fabius.

I paesi emergenti e in via di sviluppo alzano i toni sulla questione chiave dei finanziamenti, reclamando degli impegni chiari da parte dei paesi del Nord del mondo. Il livello dei sostegni finanziari che saranno forniti dai Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo dopo il 2020, data di entrata in vigore del futuro accordo, deve essere chiarito, avverte il Gruppo G77 + la Cina, che reclama anche, a partire dal 2020, un aumento sostanziale dei 100 miliardi di dollari annui promessi dai Paesi ricchi. Dall’altra parte, i paesi sviluppati auspicano che i più ricchi fra quelli emergenti contribuiscano all'aiuto finanziario sul clima per i paesi del Sud.

Interviene Leonardo Di Caprio, che esorta i sindaci: “Siate audaci”.

 

 

5 dicembre – Il presidente della Cop21, Laurent Fabius, presenta una nuova bozza di accordo. Da 50 si scende a 48 pagine ma ci sono ancora 940 parentesi quadre con le varie opzioni ancora aperte sui punti in cui non c’è accordo: “Quello di cui stiamo discutendo non è solo il clima, non è solo l’ambiente, stiamo parlando della vista stessa”, afferma Fabius. E il presidente francese Francois Hollande rincara: “Siamo entrati in una fase in cui il meglio è alla nostra portata, ma il peggio resta possibile. Il peggio sarebbe che i ministri non riuscissero a convincere i leader a sottoscrivere a un accordo”. Secondo il commissario europeo per il clima e l’energia, Miguel Arias Canete, "tutti i grossi nodi politici restano irrisolti. La settimana prossima è la settimana del compromesso".

 

 

6 dicembre – Secondo Nicolas Hulat, consigliere del presidente francese Hollande, si è in “una spirale positiva. Non è successo ancora nulla ma la soluzione migliore è ancora possibile”.

“L’India è qui per garantire che i paesi ricchi paghino il loro debito per aver sforato sul fronte del carbonio”, dichiara il ministro dell’ambiente indiano, Prakash Javadekar, secondo il quale l’India è “determinata” a garantire che le trattative portino ad un risultato “non come nei vertici del clima del passato, in cui siamo tornati tutti a casa con falso ottimismo e speranze fittizie”.

 

 

7 dicembre –, “La catastrofe climatica incombe. Il mondo si aspetta da voi più di mezze misure. Le decisioni che prenderete avranno ripercussioni per i secoli a venire. Mi affido alla vostra leadership e alla saggezza delle vostre decisioni per il benessere dell'umanità”, dichiara il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, rivolto ai rappresentanti dei 195 governi presenti a Parigi.

 

 

8 dicembre – Il presidente della Cop21, Laurent Fabius, presenta una nuova proposta di accordo, si scende a 29 pagine. Le opzioni ancora aperte sono 367. I punti controversi restano i soliti tre: i finanziamenti, ovvero chi paga e quanto paga; il livello di ambizione, cioè se stare sotto i 2 gradi, a 2 gradi oppure 1,5 gradi; la differenziazione degli impegni sulla riduzione delle emissioni tra paesi sviluppati e in via di sviluppo.

La BBC News prevede “fuochi d’artificio”, se il compromesso proposto non venisse accettato.

Colloquio telefonico tra il presidente Usa Obama e il premier indiano Modi, dopo che in un’intervista il Segretario di Stato americano, John Kerry, aveva definito una “sfida” la posizione dell’India, che vuole continuare a usare il carbone per il proprio sviluppo.

“Alla Cop21 ci sono troppi uomini e l’agenda è dettata da loro”, dichiara Mary Robinson, inviata speciale dell’Onu per il clima ed ex-presidente della Repubblica Irlandese. “Quello rappresentato in questa occasione è un mondo maschile. Se non ci sono rappresentanti donne, come si può dire che ci stiamo occupando della gente?”.

 

 

9 dicembre – La bozza di accordo presentata da Fabius non soddisfa nessuno ma nessuno la respinge. In quello che dovrebbe essere il penultimo giorno di trattative, le discussioni nei gruppi di lavoro terminano alle 5,20 del mattino.

Il presidente francese, Francois Hollande, dichiara che “ci sono ancora difficoltà sui finanziamenti e sulle ripartizioni. Ci sono anche resistenze, in particolare rispetto alla presa in carico di perdite e danni. C'è anche la preoccupazione che gli impegni si proiettino in un futuro troppo lontano”.

Per il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, “si potrà parlare di successo se oltre i numeri ci mettiamo lo spirito, la responsabilità, l'etica e la morale. Se pensiamo di risolvere tutto con la contabilizzazione, possiamo anche trovare un accordo ma non so poi se l'accordo avrà traduzione nei fatti”. 

 

 

10 dicembre – “Ci stiamo lavorando. Oggi ovviamente siamo arrivati alla fase cruciale, abbiamo avuto una riunione molto costruttiva. Ci sentiamo molto soddisfatti della discussione che abbiamo avuto. Dobbiamo lavorare sul linguaggio e su questo sarà il grosso del lavoro oggi e stanotte”, dichiara il Segretario di Stato Usa, John Kerry.

Il presidente della Cop21, Laurent Fabius, annuncia che nel pomeriggio presenterà una penultima bozza di accordo, contenente il minor numero possibile di punti di divergenza, per aprire la via all'ultimo giro di revisioni. La bozza arriva alle 21.00 e i negoziati proseguono fino alle 5.40 del mattino.

La nuova bozza contiene 27 pagine, due in meno della precedente: 11 dedicate all’accordo vero e proprio 16 contenenti le linee di indirizzo generale sugli impegni dei Paesi. Le parentesi quadre, contenenti le varie opzioni sugli aspetti su cui non c’è ancora accordo, sono scese a 50. Come spiega Rai News, “ad una prima lettura un elemento appare evidente: la Cina e l'India sono riusciti a spuntarla”. Infatti, pur essendo il primo e il terzo Paese più inquinante al mondo, potranno mitigare con più calma il loro impatto sul clima. Il picco delle emissioni, inoltre, dovrà essere raggiunto il prima possibile, senza alcun riferimento temporale specifico. Salta anche la possibilità di fissare un termine per le emissioni zero e si parla invece di “neutralità delle emissioni” da raggiungere nella seconda metà del secolo. Non è ancora molto chiaro cosa significa realmente questa nuova formulazione.  Per Natale Massimo Caminiti, esperto Enea nella delegazione italiana, “la neutralità carbonica è diversa dall'obiettivo di emissioni zero dopo il 2050. Non necessariamente vuol dire ridurre le emissioni, ma si potrebbe emettere da una parte e ridurre e compensare da un'altra”.

“Abbiamo un testo molto più pulito, snello”, commenta il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon.

 

11 dicembre – Succede quel che avevano detto che non doveva succedere: come avvenne inutilmente alla Conferenza di Copenaghen del 2009, si fermeranno gli orologi per cercare un accordo fuori tempo massimo. Alle 5.40 del mattino, il presidente della Cop21, Fabius, annuncia: “Il testo definitivo non arriverà in giornata, come detto, ma sarà presentato nel pomeriggio di sabato”.

 

 

12 dicembre – Fabius annuncia che l’accordo è stato raggiunto. Il documento viene approvato per consenso. Il presidente della Cop21 afferma che si tratta di un “accordo ambizioso, differenziato, giusto, a lungo termine, dinamico, equilibrato e giuridicamente vincolante, fedele al mandato di Durban”.

I commenti si dividono tra entusiasti, ipercritici e realisti. Sul Guardian, George Monbiot sintetizza: “In confronto a quel che avrebbe potuto essere, è un miracolo. In confronto a quel che avrebbe dovuto essere, è un disastro”.